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La topografia del teatro di Marcello alla luce delle più recenti scoperte archeologiche

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Tags: Roma | strada | Teatro di Marcello | Tempio della Pietas | Tempio di Apollo Sosiano | Tempio di Bellona | topografia | trionfi | via trionfale | viabilità

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Il presente contributo è teso a delineare, per linee generali, l'evoluzione topografica dell'area compresa tra il teatro Marcello, il portico sul retro dei templi di Apollo e Bellona, la Casa dei Vallati e via del Teatro di Marcello, dall'epoca repubblicana sino al tardoantico. Si intende proporre una sintesi dei dati già editi e di quanto attualmente visibile sul posto dopo le indagini condotte nell’area tra il 1995 e il 2000, tentando di focalizzare alcune problematiche che non hanno ricevuto sempre la giusta considerazione. In particolare si esamineranno la viabilità, le lastricature della piazza ed il sistema fognario, nonchè alcuni edifici strettamente connessi con questi, quali il portico a nord e ad est dei templi di Apollo e di Bellona, il  monoptero (“Perrirhanterion”), e una fondazione a plinti di incerta identificazione.


Testo in corso di pubblicazione come: M. Vitti, Note di topografia sull'area del Teatro di Marcello, in M. De Nuccio, S. Pergola (eds.), Area del Teatro di Marcello: ricerche e studi sui materiali dell'area sud-est del Circo Flaminio, Atti della giornata di studi tenutasi all'Istituto Archeologico Germanico giugno 2004, BCom c.s.

NB. Testo ed immagini leggermente diversi rispetto alla versione in pubblicazione


Per quanto concerne la viabilità la strada principale dell'area era la via Trionfale; per stabilire con maggiore precisione il suo tracciato in età repubblicana possediamo alcuni caposaldi topografici costituiti dal tempio di Apollo Medico e dal tempio della Pietas (fig. 1). L’ubicazione del tempio della Pietas, del quale è stata rinvenuta solo una piccola porzione del podio, è fondamentale per definire la viabilità in questo settore prima della costruzione del teatro di Marcello, ma anche per stabilire con esattezza il confine tra l’area in circo Flaminio da quella in foro Holitorio.


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Fig. 1. Il Campo Marzio meridionale  in età tardo repubblicana secondo Coarelli. In grigio sono indicati la platea del tempio di Apollo Medico (A) e il tempio della Pietas  (B)  e la porta Carmentale C (elaborazione da Coarelli 1997).

Le strutture più significative appartengono alla platea e al podio del tempio del quale è stata rinvenuta una piccola porzione dell’angolo posteriore nord-ovest. Del podio si conservano due blocchi modanati della zoccolatura in tufo di Monteverde che presentano una fascia liscia alta 20,5 cm a cui segue una gola rovescia rovesciata molto schiacciata (22,8 cm), per un’altezza totale del blocco di 50,3 cm (fig. 2). Il podio poggia su di un’ampia platea realizzata in blocchi di tufo di Grotta Oscura posti di testa e di taglio di cui alcuni erano stati già asportati in antico. Il tempio è stato rasato all’altezza della zoccolatura del podio ed in particolare il blocco angolare, di maggiori dimensioni, risulta leggermente ruotato rispetto alla sua posizione originaria. Tale stato dei resti è stato messo in relazione con l’opera di smantellamento del tempio della Pietas avviata da Giulio Cesare nel 44 a.C., in previsione della costruzione del teatro, edificato successivamente sotto il principato di Augusto. La datazione del tempio, in mancanza di stratigrafie associate, può essere definita sulla base della coincidenza dei dati forniti dalle fonti e dal tipo di modanatura, elementi che rimandano entrambi al 181 a.C., data dell’inaugurazione dell’aedes. Sulla base dei resti del tempio della Pietas emersi dallo scavo possiamo ricostruire l’ingombro dello stesso, che, ultimo dei templi del Foro Olitorio ad essere stato edificato, si adeguò ai precedenti noti nella loro ricostruzione della metà del I sec. d.C.. Dobbiamo quindi ipotizzare che la fronte del tempio della Pietas si allineasse agli altri templi del Foro Olitorio e che la larghezza, ricostruita sulla base della scoperta dell’angolo posteriore nord-occidentale e delle strutture della platea rinvenute sul lato attiguo al tempio di Giano, fosse di circa 30 piedi (9 m).


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Fig. 2. Platea e parte del podio del tempio della Pietas. Particolare di uno dei blocchi modanati della zoccolatura del podio.

Per quanto concerne, invece, il tempio di Apollo Medico, le indagini eseguite nell’area tra il 1997 e il 1999 hanno riportato in luce nuove strutture oltre quelle già scoperte da A. M. Colini nel 1940. Si tratta di una platea-podio alta 6,20 m, compresa la fondazione, il cui paramento è costituito da blocchi di tufo litoide marrone scuro disposti di testa e di taglio, mentre l’interno è realizzato con blocchi di cappellaccio del Campidoglio (figg. 3-4, in verde). L'appartenenza della platea al tempio del 431 a.C. non è attestata da stratigrafie associate ma è avvalorata dall’utilizzo di blocchi di cappellaccio e di tufo litoide delle stesse dimensioni di quelli già individuati e pubblicati dal Delbrück sul lato postico del tempio di Apollo Medico. L’identificazione del tipo di tufo del paramento è controversa: Paola Ciancio Rossetto ha avanzato l’ipotesi che i questi fossero in tufo di Monteverde anzichè in tufo dell’Aventino, come proposto da Alessandro Viscogliosi. Ad un esame autoptico, ma soprattutto sulla base delle analisi effettuate dall’Istituto Centrale del Restauro, si è avuta la certezza che si tratta di tufo di Monteverde il cui impiego, anche se sporadico, è attestato in alcuni edifici già a partire dal IV secolo a.C.. Da una parte l’assenza di grappe di legatura tra i blocchi e l’utilizzo del cappellaccio del Campidoglio per la struttura interna, dall’altra l’omogeneità dei materiali impiegati e l’uniformità sia nelle dimensioni che nel sistema di lavorazione del tufo di Monteverde, fa si che il tempio di Apollo Medico costituisca il primo esempio di impiego su larga scala di questo tipo di tufo, il cui uso sistematico era finora documentato solo in monumenti datati a partire dal III-II sec. a.C.

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Fig. 3. Pianta dell’area antistante il teatro di Marcello indagata negli anni 1996-1998. In grigio il podio dei templi di Apollo e Bellona; in verde scuro i resti della platea del tempio di Apollo Medico; in viola le strutture in blocchi di tufo di Grottaoscura, in verde chiaro la pavimentazione romana, in rosa la prima pavimentazione tardo antica; in giallo la seconda pavimentazione tardo antica; in marrone le fognature; in beige la fondazione del monoptero; in celeste la fondazione a plinti e in rosso la struttura a tufi con inserita la fistula di piombo. (da Ciancio Rossetto 2000 elaborazione M. Vitti e P. Vigliarolo).

La platea era larga 21,45 m mentre la lunghezza totale è ignota (lungh, mas. 38,20 m), in quanto il lato meridionale è stato tagliato dalle fondazioni del teatro di Marcello. Le indagini eseguite all’interno della platea hanno rilevato che lo spessore del muro orientale era di 2,50 m, mentre quello del lato occidentale, del quale sono stati portati alla luce solo alcuni limitati tratti, sembra essere stato di 5,70 m (fig. 3). I saggi eseguiti tra questi due muri non hanno messo in luce altre strutture appartenenti alla stessa fase, tranne una fondazione in blocchi di cappellaccio orientata est-ovest posta in corrispondenza della fondazione della fronte del tempio di Apollo Sosiano, che impiega blocchi uguali per dimensione e lavorazione a quelli già rinvenute sui lati lunghi. La constatazione che la fondazione sia stata inglobata da quella del tempio di C. Sosio avvalora l’ipotesi di A. Viscogliosi secondo la quale la fronte del tempio più antico si trovava in corrispondenza di quella del tempio di età augustea e che pertanto il tempio di Apollo Medico era largo 21,45 m (72 piedi) e lungo 25,05 m (85 piedi) e si ergeva su di un podio alto almeno 6,20 m.

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Fig. 4. Sezione est-ovest dell’area di scavo. Alle strutture sono state assegnati gli stessi colori della pianta riprodotta nella fig. 3. Con la freccia è indicato l’avvallamento sulla pavimentazione provocato dal crollo di una delle colonne del pronao  visibile nella fig. 13 (da Ciancio Rossetto 2000 elaborazione M. Vitti e P. Vigliarolo).


Edifici vincolanti nel definire il percorso medio e tardo repubblicano della via Trionfale nell’area del teatro di Marcello sono quindi: il portico di Metello (143 a.C.), il tempio di Apollo Medico (431 a.C.), il tempio della Pietas (181 a.C.) e la porta Carmentalis. Si può ipotizzare che la strada proveniente dall'area del Circo Flaminio, con percorso parallelo alle facciate dei templi di Giove Statore e Giunone Regina, e diretta verso la porta Carmentale, in assenza del teatro di Marcello, dovesse lambire il lato meridionale della platea del tempio di Apollo Medico, e poco dopo piegare verso sud, prima del tempio della Pietas, per dirigersi verso la porta urbica (fig. 1). E' probabile che in questo ultimo tratto la strada di età imperiale abbia ricalcato il percorso della via Trionfale di età repubblicana, e che quindi anche questa lambisse il Foro Olitorio sul quale prospettavano i quattro templi. E’ verosimile ipotizzare che le variazioni di percorso tra la viabilità d'età repubblicana e quella d’età imperiale siano state, ove possibile, contenute per ovvi motivi legati alla necessità di lasciare inalterati il più possibile gli antichi percorsi processionali, e che i cambiamenti, quando ci siano stati, siano stati imposti dalla costruzione di nuovi edifici che interferivano con la viabilità preesistente.

La costruzione del teatro di Marcello prima, la riedificazione del “Perrirhanterion” e la costruzione del tempio di Apollo Sosiano dopo, tutte attività riconducibili all’epoca augustea, interferirono con la rete stradale preesistente. Di conseguenza anche la via Trionfale si dovette adeguare alle nuove presenze monumentali, perdendo il suo tracciato linearità ed ampiezza, sottoposto come era a passaggi angusti, come ad esempio quello tra lo spigolo sud-ovest del Portico di Ottavia e il teatro di Marcello, dove lo spazio per il passaggio si riduceva a circa 2,5 m (fig. 5, A). Lo spazio per il transito diventava ancora più esiguo, pochi metri più a est dove lo scavo, ha rimesso in luce la fondazione del monoptero, evidenziando così che l’ampiezza utile per il passaggio tra questo e il tempio di Apollo superava di poco i 2 m, risultando così del tutto inadeguato per il transito del corteo trionfale (fig. 5, B). E’ evidente quindi che a partire dall’epoca augustea la pompa trionfale non poteva più transitare da questa parte ma presumibilmente, come è stato già ipotizzato, passasse all'interno del teatro di Marcello.

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Fig. 5. Planimetria dell’area del teatro di Marcello con evidenziati i due passaggi in corrispondenza dello spigolo del portico di Ottavia  (A) e del monoptero (B) e l’area dello scavo eseguito nel 1957 tra il tempio di Apollo e Bellona (C) (elaborazione da Viscogliosi 1996).

La viabilità, così come viene ridisegnata dai nuovi programmi edilizi della prima età imperiale, non sembra subire sostanziali variazioni fino alla tarda antichità sopravvivendo, anche in parte, in epoca medievale.

In epoca augustea l'area compresa tra i templi di Apollo e Bellona e il teatro non manterrà le caratteristiche di una strada ma assumerà la connotazione di un’ampia piazza lastricata, la cui pavimentazione, è l’esito di più interventi nel tempo. Le pendenze del lastricato furono progettate in maniera tale che le acque piovane confluissero attraverso caditoie nel grande collettore fognario anulare che fiancheggia la platea di fondazione del teatro (fig. 6, A).

Parte del complesso ed efficiente sistema di raccolta delle acque è stato messo in luce nel corso degli ultimi decenni. In particolare negli anni ottanta del secolo scorso alcuni saggi eseguiti nei fornici e nell’ambulacro del teatro ne hanno individuato parte del sistema di smaltimento delle acque. Si tratta di adduzioni fognarie che raccoglievano l’acqua dalla cavea e percorrendo i fornici si immettevano nel collettore fognario anulare che correva all’esterno del teatro con andamento parallelo a questo. La cloaca oltre ad essere documentata nei disegni del Fidenzoni ed essere stata rilevata in occasione dei saggi di scavo sopra menzionati, è stata pure rimessa in luce in più punti durante le indagini eseguite nell’area tra il 1995 e il 1997. In tale occasione si è potuto appurare che il collettore, di considerevoli dimensioni (alt.1,27 m e largh. 0,75 m), era coperto con una volta in conglomerato cementizio e il suo riempimento, dove è stato indagato, risaliva agli anni Trenta del secolo scorso.

In particolare a nord-ovest del saggio eseguito negli anni ottanta del Novecento, all'altezza del fornice 7, in un settore ove manca la pavimentazione, è stato eseguito nel 1995 un saggio in profondità finalizzato all'individuazione del sito della Columna Bellica (fig. 6, B). Dopo l'asporto del riempimento moderno si è portato alla luce una gettata costituita da frammenti di marmo, di travertino e di tufo legati con malta grigia assai friabile relativa alla preparazione pavimentale della pavimentazione tardoantica. La gettata sigillava in parte, obliterandola, una caditoia all'incirca rettangolare (2,30x0,87x2,20x0,95 m) con le pareti rivestite in cocciopesto e cordolo sul fondo. La pendenza della caditoia è in direzione della fogna anulare del teatro di Marcello con la quale comunica tramite un ampio passaggio arcuato (1,27x0,72 m) anch'esso rivestito in cocciopesto. Essa è stata realizzata contemporaneamente al teatro poichè impiega la medesima opera reticolata costituita da cubilia di 8x8/9x9 cm e malta pozzolanica rossa.


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Fig. 6. Planimetria dell’area del teatro di Marcello con la rete stradale e fognaria ricostruita (a tratto continuo i tratti rinvenuti a tratteggio quelli ricostruiti). L’ingresso laterale al portico d’Ottavia dall’area del teatro Marcello è indicato con la lettera H mentre quello ipotizzato in corrispondenza del portico con la lettera G (elaborazione M. Bianchini e M. Vitti).

Un’altra conduttura fognaria che confluiva sempre nel collettore anulare intorno al teatro è quella rimessa parzialmente in luce durante lo scavo eseguito nell’area compresa tra il tempio di Apollo e Bellona. In particolare sono stati scoperti due tratti distinti dello stesso collettore (largh. 0,45 m, alt. mas. 0,50 m); uno tra lo spigolo sud-est del tempio di Apollo e il lato occidentale del tempio di Bellona e l’altro a ridosso del lato orientale della platea del tempio di Apollo Medico (figg. 3, in marrone e 6, C). Il primo tratto è orientato est-ovest, ed è ricavato in una struttura precedente in blocchi di tufo, poi il collettore piega ad angolo retto assumendo un andamento nord-sud ed è realizzato in cortina laterizia con il piano di scorrimento in bipedali gialli . A questo tratto è allineato un altro conservato a ridosso della platea del tempio di Apollo Medico di cui si conserva solo parte della spalletta occidentale foderata in laterizio.

Si tratta di una fognatura il cui percorso può essere ricostruito interamente: a sud si immetteva nel collettore principale del teatro di Marcello mentre a nord il tratto orientato est-ovest presumibilmente si ricollegava con un altro ramo fognario, orientato nord-sud, posto tra il tempio di Apollo e Bellona di cui è stato rimesso in luce un tratto nel 1957 durante la realizzazione di una fognatura moderna (figg. 6, D e 7). Da quanto si può dedurre dalla pianta e dalla sezione pubblicate all’epoca si tratta di una fogna a cappuccina della larghezza di circa 0,45 m, vale a dire con le medesime dimensioni del tratto scavato nel 1998, che però presenta la particolarità di correre esattamente al di sotto dei blocchi di rivestimento del podio del tempio di Bellona (fig. 6, D). La fognatura non sembra appartenere ad un’unica fase costruttiva: infatti il tratto scavato nel 1957 proprio per essere posto al di sotto dei blocchi di rivestimento del podio di Bellona deve essere ritenuto coevo al tempio, mentre il tratto individuato più a sud è posteriore è può essere datato, sulla base delle caratteristiche costruttive, alla media età imperiale.


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Fig. 7. Pianta e sezione dei resti rinvenuti tra il tempio di Apollo e di Bellona nel 1957  la cui posizione è indicata con la lettera C nella fig. 5 (da BCom XC, 2 1985).

Sul lato orientale del tempio di Bellona esisteva un altro condotto per la raccolta delle acque meteoriche che però apparentemente presenta caratteristiche costruttive e dimensioni differenti da quelle delle canalizzazioni finora descritte. La canaletta (largh, 0,40 m prof. 0,10 m), rinvenuta in un saggio praticato sotto S. Rita per un tratto molto limitato, era costituita da due blocchi di travertino affiancati con foro circolare centrale per il deflusso delle acque nella sottostante fognatura. La canaletta correva lungo il margine orientale del podio del tempio di Bellona ed è allineata con altri due tratti riportati nella pianta dell’area redatta da A. Caldani che evidentemente costituiscono la prosecuzione del tratto individuato sotto S. Rita (figg. 5-6, E). La datazione del condotto viene fissata nell’ambito del rifacimento del tempio di Bellona del 5-15 d.C.; il suo percorso oltre lo spigolo sud-est del tempio e il suo eventuale collegamento con la fogna anulare del teatro di Marcello non è ancora accertato (fig. 6).

Un’altra fognatura è stata individuata presso l’angolo sud-occidentale del tempio di Apollo. Il tratto indagato è limitato, inoltre lo stato di conservazione è assai compromesso il che ne rende problematica la datazione. (figg. 3, in marrone e 6, F). Il condotto risulta essere stato ricavato entro strutture precedenti che sono state resecate creando un una canalizzazione larga tra i 50 e i 55 cm con un andamento irregolare. E’ presumibile comunque che questa fogna fiancheggiasse il lato occidentale del tempio per confluire poi nel grande collettore del teatro di Marcello.

E’ ancora difficile stabilire con certezza quale fosse la funzione delle fognature rinvenute lungo i lati lunghi dei due templi in quanto non conosciamo del tutto i loro percorsi e soprattutto non è noto in quale maniera le acque venissero convogliate dal piano di calpestio nei condotti. Tuttavia è assai verosimile che le fognature fossero destinate alla raccolta delle acque degli spioventi dei due templi e della copertura del portico (fig. 6). In particolare la canalizzazione tra i templi di Apollo e Bellona, se confermata la sua funzionalità nel tempo, era di fondamentale importanza poiché costituiva l’unica maniera per smaltire le acque dall’area compresa tra i due templi. Infatti questo spazio, lastricato in epoca domizianea, era privo di uno sbocco verso la piazza antistante perché chiuso dalle strutture della scala laterale del tempio di Apollo Sosiano (fig. 6).

Appare plausibile che l’intero sistema di smaltimento delle acque che raccoglieva, come abbiamo visto, non solo quelle della piazza ma anche quelle dei templi di Apollo e Bellona, e del teatro di Marcello faceva capo alla grande fogna anulare del teatro. Non è ancora noto come questo collettore fognario scaricasse l’acqua nel Tevere; probabilmente doveva essere a sua volta collegato al fiume mediante una grande cloaca.

Il rivestimento pavimentale intorno al teatro presenta differenti tipologie, esito di diversi interventi.

Le lastre rettangolari e quadrangolari di travertino rinvenute in superfici limitate tra il tempio di Apollo e di Bellona, presso l’angolo sud-est del tempio di Apollo e a ridosso del perimetro esterno del teatro di Marcello appartengono alla fase romana, e sono da ricondurre all’epoca augustea (figg. 3, in verde chiaro e 8). Ad una datazione contemporanea agli edifici augustei inducono la loro quota, la tessitura, il tipo di materiale utilizzato e le dimensioni delle lastre. La pavimentazione a tessitura irregolare realizzata con elementi di reimpiego, prevalentemente lastre di travertino di diverse dimensioni, ma anche frammenti di marmo e basoli appartiene invece ad un’epoca assai più tarda ma mantiene la stessa quota di posa di quella precedente (figg. 3, in rosa, 8, 9). Si possono riconoscere nell’ambito di questa pavimentazione due differenti tipologie: la prima, molto più estesa, è stata rimessa in luce nel tratto compreso tra il tempio di Bellona e il tempio di Giano, ed è realizzata quasi esclusivamente con lastre di travertino di reimpiego tessute irregolarmente a causa delle differenti dimensioni delle lastre, anche se comunque mantiene una certa ortogonalità rispetto al teatro ed impiega solo sporadicamente qualche basolo (figg. 3,8). La pavimentazione invece conservata tra il tempio di Apollo e il teatro è costituita da travertini e marmi bianchi di riutilizzo con una preponderanza, in quest’ultimo caso, del Proconneso, e con un maggior impiego di basoli; la tessitura è ancora più irregolare con diffuse rinzaffature tra le lastre realizzate con materiali diversi (travertino, marmo, selce) (fig. 9). L’eterogeneità dei materiali utilizzati e la stessa tessitura dei frammenti lapidei indicano inequivocabilmente che questa parte di pavimentazione venne eseguita in epoca tardoantica. Successivo a questa è un altro piano pavimentale individuato solo a est della fondazione del monoptero, il quale si sovrappone a quello in lastre di travertino. Esso è costituito da un piano in scaglie di travertino (prevalenti) e marmo bianco allettate su di una gettata in malta rossa con inserite saltuariamente alcune lastre di travertino di reimpiego (figg. 3, in giallo e 8). Si tratta probabilmente del restauro di alcuni tratti del precedente pavimento nei punti nei quali si era avvallato così da rendere necessario ripristinare le originarie pendenze per il deflusso delle acque piovane mantenendo comunque lo stesso livello del piano di calpestio di epoca romana. La cura nella manutenzione della piazza, la sua parziale obliterazione a seguito del crollo della fronte del tempio di Apollo, l’assenza di ceramica altomedievale nello strato di allettamento della pavimentazione, lasciano ipotizzare che il piano della piazza in lastre lapidee irregolari e in scaglie di travertino possa essere stato realizzato in un’epoca anteriore al V secolo d.C.


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Fig. 8. La pavimentazione tardoantica nel tratto compreso tra il tempio di Bellona  e il tempio di Giano. In primo piano si riconosce il rifacimento del piano in scaglie di travertino e marmo; le frecce indicano gli elementi lapidei che la delimitavano sul lato orientale.

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Fig. 9. La pavimentazione tardoantica tra il tempio di Apollo Sosiano e il teatro di Marcello realizzata con materiali lapidei di recupero.

Il limite orientale della piazza si è potuto definire a seguito dei lavori di sistemazione eseguiti in occasione del Giubileo del 2000, quando è stato realizzato uno scavo sul lato est del tempio di Bellona mettendo in luce la prosecuzione del portico e rinvenendo un basolato stradale, tuttora visibile (figg. 10- 11). Ciò ha permesso di definire i limiti della piazza sul lato orientale e di ricostruire, per lo meno a partire dall'età imperiale, la viabilità lungo le pendici del Campidoglio nel tratto compreso tra l'area del teatro di Marcello e l'area sacra di S. Omobono. La strada presenta un orientamento NE-SO, risultando così divergente dal portico che la separa dal lato orientale del tempio di Bellona. Il basolato è conservato per una larghezza massima di circa 5,20 m ma presumibilmente la carreggiata era almeno di 9 m. Il tratto settentrionale si trova ad una quota di 14,98 m s.l.m. mentre il tratto conservato più a meridione è ad una quota di 14,60 m s.l.m.; vale a dire la strada scendeva verso il foro Olitorio adeguandosi all’orografia della zona con una pendenza del 6 % circa. La tessitura del basolato non è omogenea: il tratto settentrionale meglio conservato, è costituito esclusivamente da basoli di selce con frammenti di travertino, di selce e di marmo tra i giunti, a formare comunque un piano di calpestio abbastanza omogeneo e regolare (fig. 11). Il tratto centrale ma soprattutto quello meridionale risultano invece dissestati, forse anche per le profonde fosse che lo hanno intaccato, con una maggiore quantità di frammenti di travertino tra i giunti dei basoli e con due lastre di travertino impiegate come lastre pavimentali. In alcuni casi le lacune del basolato sono state integrate con un piano costituito da un battuto di frammenti di laterizi, travertini e marmi (fig. 11).


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Fig. 10. Pianta dei resti rinvenuti sul lato orientale del tempio di Bellona durante la campagna di scavo del 2000; a tratteggio il percorso ricostruito della strada. Con la lettera A sono indicati i due blocchi di travertino che separavano la strada dalla piazza; con la lettera B la fondazione Ottocentesca che ingloba  un muro in opera vittata; con la lettera C i blocchi in travertino del margine occidentale della strada; con la lettera D il pilastro in laterizio rinvenuto sul lato orientale del basolato e con la lettera E il solco causato dal passaggio dei carri.

Il basolato stradale si trova ad una quota superiore a quella del porticato laterale, il che indica che il piano stradale appartiene ad un'epoca posteriore a quella del portico (figg. 11-12). Possiamo supporre, in attesa della pubblicazione dei dati di scavo, che il basolato risalga all'età imperiale avanzata o addirittura ad tardo impero. Ad una considerazione di questo tipo induce il fatto che il piano stradale è stato eseguito utilizzando basoli di reimpiego e che anche il materiale impiegato tra i giunti è molto vario con una discreta quantità di frammenti marmorei tra cui lastrine di serpentino e porfido rosso. L’utilizzo prolungato nel tempo di questo livello stradale è attestato dai solchi dei carri e dai numerosi interventi di restauro finalizzati al livellamento del manto stradale.


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Fig. 11. Panoramica della strada e del portico rinvenuti sul lato orientale del tempio di Bellona. Con la lettera A sono indicati i due blocchi in travertino ubicati presso la rampa di accesso all’area, con la lettera B gli elementi lapidei inglobati nel muro di contenimento moderno e con la lettera C quelli posti tra il portico e il basolato.

Tra il basolato e i pilastri del portico si sono rinvenuti dei blocchi di travertino di reimpiego di diverse dimensioni, alcuni anche di 2 m di lunghezza, disposti con il lato lungo parallelo alla strada. Questi si trovano alla medesima quota del basolato, e quindi 40 cm circa al di sopra della quota di spiccato delle basi del portico (figg. 10 C, 11 C e 12). I blocchi sono grossolanamente allineati tra di loro e presentano un orientamento divergente dall'asse del portico mentre sono paralleli a quello della strada (fig. 10). E’ probabile che costituissero un elemento di contenimento del bordo occidentale della strada o una specie di grossolana crepidine realizzata contemporaneamente al basolato.


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Fig. 12. I blocchi di travertino a delimitazione del basolato e i pilastri in travertino del lato orientale del portico. La quota di rasatura delle basi corrisponde alla quota del basolato.

E’ interessante notare che prolungando l’allineamento di questi blocchi in travertino verso il foro Olitorio se ne ritrovano altri lungo il tracciato: due in corrispondenza dell’attuale rampa di accesso all’area archeologica (figg. 10 A, 11 A, 13), e altri inglobati nel muro di recinzione in corrispondenza dello spigolo meridionale del teatro di Marcello (figg 11 B, 13). E’ interessante notare che il basolato, ma soprattutto gli elementi lapidei a margine di questo, possono essere messi in relazione con i resti rinvenuti nel 1991 davanti alla chiesa di S. Nicola in Carcere. In tale occasione vennero rimessi in luce alcuni grossi blocchi di travertino rettangolari e quadrangolari di lunghezza variabile da 1,10 m a 2,30 m. Sulla base di questi rinvenimenti, interpretati come parte di un marciapiede, S. Le Pera e L. Sasso d’Elia hanno ritenuto che vi fossero elementi sufficienti per ricostruire una carreggiata larga tra i 10 e i 12 m fiancheggiata da marciapiedi larghi 6 m, per lo meno sul lato orientale. La strada, il cui percorso è stato ricostruito sulla base dei documenti di archivio analizzati e pubblicati da C. Buzzetti, proseguiva oltre la porta Carmentale fino a Bocca della Verità.


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Fig. 13. Particolare degli elementi lapidei, relativi al bordo della strada, rinvenuti presso la rampa di accesso all’area archeologica e inglobati nel muro di contenimento moderno lungo via Teatro di Marcello.

L’esistenza di una strada tra il basolato rinvenuto presso il tempio di Bellona e i resti individuati davanti alla chiesa di S. Nicola in Carcere è avvalorata anche da Rodolfo Lanciani che ricorda come nel 1876, eseguendosi una trincea per un fognatura in via Montanara, si rinvenne un basolato lungo 50 m tra piazza Montanara e l’area dei templi del foro Olitorio. Si conferma quindi l’esistenza di un’arteria stradale larga all’incirca 10 m tra il tempio di Bellona e la porta Carmentale che rimase in uso fino al periodo tardoantico senza variazioni sensibili di quota e di larghezza della carreggiata. Questa strada era fiancheggiata sul lato ovest dalla piazza del foro Olitorio e da quella del teatro di Marcello, mentre su quello opposto era delimitata dall’edificio di cui sono ancora visibili i resti sul lato occidentale di via Teatro di Marcello.

La viabilità a nord dei templi di Apollo e Bellona proseguiva verso est seguendo le pendici del Campidoglio, fino a ricollegarsi con la via Lata (Flaminia) (fig. 14). Non vi sono evidenze archeologiche che ne attestino l’esistenza, ma lo stesso orientamento delle strutture romane rimesse in luce lungo le pendici del Campidoglio sembrano avvalorare questa ipotesi, in quanto presentano diversi orientamenti (fig. 14). Infatti gli edifici posti alla base del Campidoglio assumono in corrispondenza del foro Olitorio un orientamento nordest-sudovest, risultando così perfettamente ortogonali ai resti della strada scavata nel 1991, mentre in corrispondenza dell’area del teatro di Marcello assumono un orientamento est-ovest, ortogonale anche qui al basolato scavato nel 2000, mentre in direzione di piazza Venezia le strutture ruotano ulteriormente assumendo un orientamento nordovest-sudest. Quale fosse con precisione il percorso della strada tra il tempio di Bellona e la via Lata non è noto; il proseguimento fino a piazza Venezia si può ricostruire comunque grazie ad un tratto di basolato rinvenuto davanti all’insula dell’Ara Coeli ma anche da una strada, documentata nella Forma Urbis Romae che, attraverso il quartiere a est della Crypta Balbi, convergeva verso la nostra arteria. Il percorso presumibilmente incrociava la via Flaminia in corrispondenza della scalinata dell’Altare della Patria, dove la via Lata intersecava anche l’antico vicus Pallacinae, il cui percorso è ricalcato all’incirca dall’attuale via di San Marco (fig. 14). L’incrocio tra la via Flaminia, il vicus Pallacinae, il clivio Argentario e la strada proveniente dal teatro di Marcello formavano quindi un quadrivio; snodo di estrema importanza per la viabilità in questo settore dell’Urbe in quanto da questo punto partivano assi viari fondamentali: uno verso il Campidoglio e i Fori Imperiali (Clivio Argentario) uno verso il Campo Marzio centrale (via Flaminia), un’altro verso il Campo Marzio meridionale e il Foro Olitorio (la strada del “teatro di Marcello”) ed infine uno in direzione della Cripta Balbi e l’area Sacra di Largo Argentina (vicus Pallacinae). A sottolineare l’importanza dell’incrocio esisteva presso il quadrivio un monumento sepolcrale appartenuto a C. Publicius Bibulus ed un altro erroneamente attribuito alla famiglia dei Claudii.


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Fig. 14. Pianta del Campo Marzio Meridionale con ricostruzione del percorso stradale tra la Porta Carmentale e la via Lata. 1 Via Lata, 2 Vicus Pallacinae, 3 Clivio Argentario, 4 Basolato attestato nella Forma Urbis Romae tav. XXI, 5 Diverticolo presso il portico dei templi di Apollo e Bellona, 6 e 7 Basolato e crepidine presso il tempio di Bellona, 8 Crepidine  della via Trionfale (M. Vitti e P. Vigliarolo).

Nell'ambito della ricostruzione della viabilità sul lato orientale del teatro di Marcello, importante è l'analisi anche dei resti del portico che fiancheggiava i templi di Apollo e di Bellona anche perché connessi con una questione ampiamente dibattuta relativa al percorso del corteo trionfale, la cosiddetta porticus triumphi. Elementi sulla posizione di questo portico e sulle sue successive modifiche si possono ricavare dalla Forma Urbis e dai resti rinvenuti nel corso degli scavi del 2000.

I frammenti della Forma Urbis severiana che interessano l’area appartengono alla lastra numero 31: in particolare i frammenti 31d e 31u sono quelli in cui si è ritenuto che fosse rappresentato il portico. Il loro confronto con i resti archeologici ha evidenziato delle incongruità.

Nel frammento 31d è raffigurato parte del tempio di Bellona e sul suo lato orientale tre ambienti quadrati di circa 2 m di lato con ingresso di circa un metro aperto verso est (fig. 15). Questi ambienti, i cui muri sono resi con un tratto unico, erano separati dal tempio di Bellona da uno stretto ambitus (larghezza 2 m circa) chiuso sul lato settentrionale da un muro con pilastro angolare addossato al tempio ed ingresso sul lato opposto sottolineato da un elemento aggettante posto in corrispondenza del colonnato del pronao del tempio.


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Fig. 15. La lastra 31 della Forma Urbis Romae (da Rodriguez Almeida 1983).

Nel frammento 31u invece è facilmente riconoscibile parte del portico d’Ottavia e all’esterno di questo un corridoio largo circa 3 m che piega, in corrispondenza del muro perimetrale del portico d’Ottavia, ad angolo retto verso sud.

In entrambi i frammenti i resti attribuiti al portico sono resi con una linea continua, vale a dire con un tratto grafico diverso da quello usualmente impiegato per rappresentare i porticati nella Forma Urbis dove le colonne o i pilastri sono generalmente indicati con un cerchio oppure con un cerchio inscritto in un quadrato (vedi il caso dell’attiguo portico d’Ottavia). Tenuto conto di queste osservazioni è lecito chiedersi se nel frammento 31 della Forma Urbis sia effettivamente rappresentato il portico che fiancheggiava sui due lati i templi di Apollo e di Bellona o se documenti una situazione diversa definitasi a seguito di trasformazioni urbanistiche intercorse tra l’età augustea e quella severiana.

Le strutture del portico sono state messe in luce in occasione degli sterri operati nel 1937-40 e in occasione degli scavi del 2000. Si è così appurato che si tratta di un portico aperto su entrambi i lati con semicolonne in travertino stuccato applicate a pilastri rivolte da una parte verso i templi di Apollo e di Bellona, dall’altra, in un caso verso la strada basolata, dall’altro su un’area lastricata aperta (figg. 5, 10). All’interno lo spazio delimitato dai pilastri, largo 1,90 m, era pavimentato in lastre di travertino. Appare evidente la forte discrepanza tra i resti rinvenuti e quanto raffigurato nei frammenti della Forma Urbis. In particolare per quanto riguarda il braccio del portico orientato nord-sud, questo oltre a non presentare nessuna similitudine con la fronte a tabernae raffigurata nella Forma Urbis, non ha restituito elementi che possano far ipotizzare una suddivisione dello spazio interno successivo all’età augustea, ad eccezione di un muro, orientato est-ovest, posto in corrispondenza della coppia di pilastri più meridionali, che obliterò il passaggio del portico ed invase parte della sede stradale (fig. 10, B). Si tratta di una fondazione relativa agli edifici ottocenteschi distrutti negli anni Trenta del secolo scorso che inglobò nel tratto occidentale un muro in opera vittata il quale conserva il paramento solo sulla faccia settentrionale (fig. 16). Per la datazione di questo muro non si ha nessun elemento stratigrafico, la tecnica edilizia è l’unico elemento che può fornire delle indicazioni cronologiche, quindi con i limiti ben noti che una datazione di questo tipo pone. La muratura anche se è simile a quella impiegata per le tamponature del tratto settentrionale del portico se ne differenzia in parte per i materiali utilizzati, sia per la successione nell’alternanza dei filari, ma soprattutto per l’assenza nella parte inferiore dei blocchi di tufo di reimpiego che caratterizzano le murature di VIII- IX secolo. L’assenza di blocchi di tufo e il confronto con murature similari possono collocare questa struttura nell’ambito del V-VI sec. d.C.


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Fig. 16. Il muro in opera vittata inglobato nella fondazione Ottocentesca e il pilastro in cortina laterizia ubicato sul lato orientale della strada.

Sul lato opposto del basolato è ancora visibile, inserito nel muro di contenimento moderno, il lato occidentale di un pilastro in laterizio (figg. 10 D, 16). La parte inferiore, per un’altezza di circa 0,50 m, appartiene alla fondazione ed è costituita da un conglomerato realizzato con frammenti di tufo, laterizio e travertino. L’alzato, conservato per un’altezza massima di 0,93 m, è in cortina laterizia la quale presenta un andamento ondulato che si accentua maggiormente nella parte superiore della struttura. Anche in questo caso, come per il muro in opera vittata sul lato opposto della strada, con il quale condivide la quota di spiccato dell’alzato, la datazione può essere solo indicativamente determinata sulla base delle caratteristiche tecniche della struttura. Murature con le medesime caratteristiche costruttive e lo stesso modulo sono conservate presso il ramo settentrionale del portico per cui è possibile che anche il pilastro possa essere riferito allo stesso ambito cronologico (VIII- IX secolo) ed essere messo in relazione con la strada medievale, rinvenuta durante lo scavo, la cui quota corrispondeva con quella dello spiccato dell’alzato del pilastro.

Non è stato possibile stabilire se il portico si estendesse verso ma si può ipotizzare che il terminasse in corrispondenza dello spigolo sud-est del tempio di Bellona, in quanto nell’area antistante il teatro di Marcello sono stati rinvenuti solo resti della pavimentazione della piazza e dell’attigua strada. Esisteva quindi una vasta area aperta pavimentata in lastre di travertino che si estendeva tra il tempio di Apollo Sosiano e il tempio della Spes. E’ plausibile quindi che, dopo l’intervento giulio –claudio, il foro Olitorio, inteso come area aperta lastricata, giungesse fino ai templi di Apollo e di Bellona e fosse delimitato sul lato est dalla via Trionfale.

Le strutture ancora visibili su via Teatro di Marcello lungo le pendici del Campidoglio e all’angolo del Clivio Iugario, ritenute la prosecuzione del portico dei templi di Apollo e di Bellona sulla base delle caratteristiche architettoniche, non appartengono quindi al portico di Apollo e di Bellona, ma ad un portico posto sul lato orientale della strada a cui forse sono da ricollegare alcuni resti appena intravisti sotto l’attuale rampa durante gli scavi del 2000.

Per quanto concerne gli edifici che sorgevano sulla piazza è stata già rilevata la presenza della Columna Bellica e del monoptero. Per quanto concerne il monoptero le indagini eseguite nel 1997 hanno evidenziato una situazione più compromessa rispetto a quella documentata dalle fotografie e dai rilievi eseguiti nel dopoguerra. Lo scavo ha evidenziato una struttura costituita da una fondazione in opera cementizia non perfettamente circolare gettata in cavo libero all’interno di uno spesso strato di argilla gialla e scaglie di cappellaccio. Sulla fondazione in opera cementizia sono conservati in situ solo due elementi in travertino del basamento dell’edificio, che venne obliterato dalla pavimentazione tardoantica che inglobò i due blocchi (figg. 3-4, in beige, 17).


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Fig. 17. I blocchi e la fondazione del monoptero con le impronte dei blocchi asportati.

Un’analisi accurata della superficie di allettamento degli ortostati ha permesso di evidenziare le impronte di altri, successivamente asportati. Questi, come documentato nel rilievo schematico di A. Caldani (fig. 5) e dalle impronte lasciate sulla malta su cui erano allettati, erano costituiti da una fila esterna di blocchi di tufo trapezoidali disposti in maniera radiale (diametro esterno 6,40 m) intorno ad un nucleo interno circolare in blocchi di travertino a cui appartengono i due tuttora conservati (diametro esterno 3,80 m). Le dimensioni del basamento sono compatibili con i resti architettonici di un edificio a pianta circolare del diametro ricostruito di 3,80 m rinvenuti nell’area del teatro di Marcello ed ora parzialmente ricomposti presso i Musei Capitolini nella sede della Centrale di Montemartini (fig. 18).


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Fig. 18. La decorazione del monoptero nell’allestimento dei Musei Capitolini alla Centrale Montemartini.

Gli elementi architettonici sono pertinenti ad un edificio di ordine corinzio con fregio-architrave decorato all’interno con girali d’acanto e all’esterno da bucrani che sorreggono rami d’alloro i quali appartengono però a due fasi costruttive, una giulio-claudia e l’altra flavia. La funzione di questo edificio è stata analizzata a fondo da E. La Rocca che, sulla base delle fonti, ne ha evidenziato le funzioni religiose, da cui deriva anche l’attuale denominazione di “Perirrhanterion”. I resti delle fondazioni e dell’alzato rendono però più corretta la denominazione di monoptero, vale a dire di un piccolo edificio a pianta circolare circondato da un colonnato, in cui ovviamente poteva essere inserito anche un bacino lustrale. E’ probabile che il nuovo assetto urbanistico dell’area, a seguito della costruzione del teatro di Marcello, abbia previsto la ricostruzione in vesti monumentali del luogo dove era collocato il bacino con l’acqua lustrale per le abluzioni. I dati archeologici se da una parte indicano che tale operazione avvenne nell’ambito dell’età augustea, dall’altra non confermano che il sito del monoptero corrisponda con quello del “Perirrhanterion”. La sua collocazione in una posizione infelice a causa dello spazio molto ristretto, quasi a contatto con i pilastri del teatro di Marcello sul lato meridionale, ma in asse con il tempio di Apollo sono però elementi sufficienti per ipotizzare che si volle mantenere nella ricostruzione imperiale l’ubicazione originaria. Per quanto riguarda invece la suggestiva ipotesi che propone la coincidenza del “Perirrhanterion” con l’Apollinar, sebbene avvalorata dal comune presenza nel rito dell’acqua, quale elemento purificatore, al momento non è provata. A riguardo bisogna segnalare che non è stata rinvenuta nessuna conduttura idrica connessa con il monoptero e che quindi in età imperiale il “Perirrhanterion” doveva aver assunto una funzione puramente simbolica. La presenza di una fonte salutare, al di là delle notizie tramandateci dalle fonti (Frontino aq.1,4), può essere avvalorata solo dal ritrovamento di una fistula di piombo (diametro 5 cm) alloggiata in uno strato di argilla grigia a sua volta protetta da una struttura in tufo. La fistula, rinvenuta presso l’angolo sud-ovest del tempio di Bellona nel 1995-96, è conservata solo per 1,50 m di lunghezza ed è stata tagliata a est dal podio del tempio (fig. 3, in rosso). Si potrebbe quindi ipotizzare che, sia per la cura nella realizzazione del condotto che per la sua vicinanza al tempio di Apollo Medico, si tratti di un’opera connessa con l’irrigimentazione della sorgente salutare realizzata prima del 296 a.C., data dell’edificazione del tempio di Bellona.

Vorrei infine richiamare l’attenzione su una struttura già individuata da Antonio Maria Colini davanti al tempio di Apollo Sosiano e riportata in quasi tutte le planimetrie dell’area, compresa quella pubblicata da Paola Ciancio Rossetto a seguito degli scavi eseguiti tra il 1997 e il 1998 (figg. 3- 4, in azzurro, 5, 19). Si tratta di una fondazione in opera cementizia con uno spessore massimo di 1,60 m, posta davanti alla fronte del tempio di Apollo ad una distanza variabile compresa tra i 2 e 2,60 m, ma non perfettamente parallela a questa e con un andamento più irregolare soprattutto nella parte superiore della struttura. La fondazione è stata gettata in cavo libero all’interno del medesimo strato di argilla gialla e frammenti di cappellaccio in cui è stata realizzata la fondazione del monoptero. Superiormente conserva quattro plinti, distanti l’uno dall’altro all’incirca 1,70 m, costituiti da due blocchi di travertino affiancati (1,10-1,20 m per 0,55-0,60 m e 0,55 m di spessore) e inglobati nella parte superiore del conglomerato, a formare un dado di 4 piedi romani di lato (fig. 4); la lavorazione dei blocchi non reca tracce che possano fornire qualche indicazione sull’eventuale alzato. La fondazione è stata messa in luce per una profondità massima di 2,70 m. (10,50 s.l.m). che ha permesso di constatare, nel tratto orientale meglio conservato, come la parte inferiore presentasse un andamento rettilineo e parallelo al tempio di Apollo, rispetto alla parte superiore con i plinti in travertino, che forma un angolo molto aperto con un dado in travertino sul vertice (fig. 3). La fondazione sul lato est si interrompe presso l’angolo sud-orientale del tempio di Apollo in corrispondenza della platea del tempio di Apollo Medico, mentre sul lato opposto proseguiva verso ovest con un andamento fortemente irregolare. In corrispondenza dello spigolo sud-ovest del tempio di Apollo piegava anche ad angolo retto lungo il lato occidentale del tempio. Lungo questo tratto non sono stati rinvenuti plinti lapidei, ma si sono riconosciute le impronte dei blocchi in travertino di uno di questi, asportati in corrispondenza dello spigolo sud-ovest del tempio.

La fondazione, che non compare nella Forma Urbis, è posteriore al tempio di Apollo Medico poiché ne taglia la platea, ed è anteriore alla pavimentazione tardoantica in quanto ne viene obliterata. I dati di scavo sembrano indicare che possa essere contestuale alla fondazione del monoptero e quindi possa essere stata realizzata anch’essa nell’ambito degli estesi interventi di età augustea eseguiti nell’area.

Per quanto concerne la sua funzione le caratteristiche costruttive, profonda gettata cementizia con inseriti plinti lapidei ad intervalli regolari, farebbero pensare ad un edificio che doveva avere un elevato con pilastri o con colonne posti a distanze regolari. Sarebbe quindi ragionevole identificare la struttura con un porticato ma cambiamenti di orientamento privi di ogni logica rendono improponibile questa interpretazione. Una possibile alternativa è quella di considerare la fondazione come una struttura di cantiere realizzata nell’ambito dei lavori per la costruzione del tempio di Apollo; ipotesi che sembra essere avvalorata dal fatto che tale struttura non è raffigurata nella Forma Urbis Romae ed è stata precocemente obliterata (fig. 19).


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Fig. 19. Parte della fondazione con plinti in travertino antistante il tempio di Apollo Sosiano vista dall’alto e da sud.

L’area del teatro di Marcello, sicuramente uno dei settori pluristratificati della città, con problematiche topografiche ancora irrisolte ed una ricostruzione architettonica degli edifici non del tutto definita, attende ancora un’edizione analitica e sistematica. Si auspica che tale contributo, oltre a fornire un quadro dello stato attuale della ricerca, possa contribuire a delineare con maggiore precisione l’articolazione topografica dell’area e fornire così lo spunto per il prosieguo degli studi in questo settore nevralgico dell'Urbe.


Massimo vitti


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