*Il sectile pavimentale preso in esame è conservato all’interno della “navata” esterna, ed in particolare nello spazio compreso tra i primi due pilastri, di un edificio comunemente denominato “Basilica Argentaria”1 sito all’interno del Foro di Cesare (fig. 1). Si tratta di un doppio portico su pilastri che costituisce la naturale prosecuzione di quello cesariano-augusteo posto sul lato sud-ovest della piazza2.
L’edificio venne costruito in età traianea in concomitanza alla realizzazione del Foro di Traiano, la cui edificazione comportò estesi lavori di sbancamento delle pendici del Campidoglio, ed il consistente rifacimento del tempio di Venere Genitrice3. Il portico presenta successive fasi edilizie: una dioclezianea durante la quale vennero realizzati nuovi pilastri e rinforzati quelli preesistenti di età traianea, ed una di età tardoantica-altomedievale4. Di quest’ultima purtroppo rimangono solo pochi resti in quanto la maggior parte di essi vennero demoliti nel corso della sistemazione dell’area nel 19335. La pavimentazione presa in esame è menzionata per la prima volta nel 1933 da Corrado Ricci, che la descrive sommariamente e la data al VI-VII secolo d.C.6; successivamente Carlo Cecchelli, nell’ambito di un’analisi volta a localizzare il culto di S. Abacuc nella “Basilica Argentaria”, è ritornato sull’argomento datando la pavimentazione all’VIII secolo7. Alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso il sectile pavimentale ha attirato nuovamente l’attenzione di Federico Guidobaldi e Alessandra Guiglia Guidobaldi8; è citato infatti nella loro monografia sui sectilia pavimenta di Roma, all’interno delle considerazioni generali sulle pavimentazioni del periodo tardoantico e paleocristiano, accettando con riserve la datazione all’VIII secolo. Nel 1991 Carla Maria Amici, nella sua monografia dedicata al Foro di Cesare, fornisce nuova documentazione sull’argomento, senza però procedere ad un’analisi critica e uniformandosi alle conclusioni degli studi che l’hanno preceduta9. Bisogna rilevare che in tutti i casi sopra menzionati l’opus sectile pavimentale è stato solo citato, tranne nel caso della monografia dei Guidobaldi dove viene fornita una sommaria e sintetica descrizione in nota. Al momento quindi non esiste una descrizione puntuale della pavimentazione e tanto meno un’analisi che fornisca elementi cronologici di riferimento in modo tale da tentare una contestualizzazione. Si spera che il nostro contributo, oltre a completare lo studio dei sectilia pavimenta conservati nel Foro di Cesare10, potrà colmare queste lacune.

Fig. 1 – Pianta generale del Foro di Cesare con evidenziata l’ubicazione del sectile pavimentale e pianta del portico con evidenziate in nero e campitura in grigio le strutture altomedievali demolite nel 1932 (P. Vigliarolo, M. Vitti elaborazione da AMICI 1991, cit. a nota 4).
L’opus sectile presenta uno stato di conservazione frammentario11: solamente i resti conservati sul lato meridionale sono indicativi del limite della pavimentazione in questa direzione12 (figg. 1-3). Il lato sud-ovest, a contatto con il pavimento in opus spicatum traianeo, conserva parte del margine, mentre sul lato opposto rimane solo un piccolo tratto a filo con lo stilobate del portico. Anche i lati sud-est e nord-ovest sono frammentari. Sulla pavimentazione si possono distinguere due interventi di restauro: il primo, eseguito nel 1933, ha interessato prevalentemente i suoi margini, che sono stati rinforzati con un bordo realizzato in mattoni disposti a coltello, e allettati, ad una quota leggermente inferiore delle lastre, mentre all’interno del tessuto pavimentale sono presenti due limitate integrazioni in graniglia, ad imitare il marmo giallo antico e africano13. Nel dopoguerra, probabilmente tra 1970 e il 1980, sono stati eseguiti pronti interventi che hanno fatto largo uso del cemento, soprattutto nella parte meridionale della pavimentazione, sia per rafforzarne i margini, sia per consolidare i lacerti di lastre, in questo punto molto frammentarie e di ridotte dimensioni. Probabilmente si sono susseguiti due interventi distinti, come si può riscontrare dall’uso di diverse qualità di cemento, uno più grasso, con una massiccia quantità di ghiaia, e uno più magro (fig. 2). Lo stato di conservazione della pavimentazione ci permette di definirne da una parte la larghezza totale (3,33 m) e la lunghezza massima (7,46 m), dall’altra di constatare che non era stato adottato un modulo o un disegno organico secondo la tradizione dei sectilia pavimenta romani. Tuttavia essa può essere suddivisa in due settori: uno a sud-est, molto irregolare e privo di un disegno decorativo, ed uno a nord-ovest, più organico e curato nell’esecuzione e nella scelta delle lastre. Tutte le lastre sono indifferentemente di riutilizzo, e la varietà dei marmi impiegati è estremamente disomogenea, con una prevalenza dell’utilizzo del pavonazzetto, del giallo antico, del cipollino e di marmi bianchi14 (figg. 2-3).

Fig. 2 – Fotopiano della pavimentazione con evidenziate in nero le lastre originarie sostituite (P. Vigliarolo).
Fig. 3 – Pianta dell’opus sectile pavimentale con mappatura delle varietà di marmi (P. Vigliarolo, M. Vitti, da AMICI 1991, cit. a nota 4, con integrazioni).
Il settore sud-est di 2,85 x 3m è caratterizzato da frammenti di lastre per lo più di piccole dimensioni, allettate in maniera disomogenea e disordinata, costituite da diverse qualità di marmo di reimpiego, tra cui sono stati riconosciuti due piccoli frammenti di cornice, in africano e in giallo antico. Il settore attiguo, a nord-ovest, può essere suddiviso in tre campi: quello centrale, di 1,59 x 3,24 m, presenta una maggiore cura nella scelta e nell’allettamento delle lastre, elementi in base ai quali è riconoscibile la volontà di costruire un disegno. Lastre rettangolari di larghezza oscillante tra i 17 ed i 23 cm e con una lunghezza massima di 61 cm, costituiscono l’incorniciatura di un quadrato delle dimensioni di 1,57 x 1,77 m15, realizzato con marmi di colore tenue (fig. 4).

Fig. 4 – Particolare del motivo decorativo centrale (P. Vigliarolo).
All’interno del quadrato, anch’esso eseguito con lastre rettangolari, è presente un disco del diametro di 68 cm in granito verde della sedia di San Lorenzo. La presenza di un disegno riconoscibile e l’utilizzo di qualità di marmi colorati ben definite,
rendono probabile l’identificazione del motivo come uno pseudo-èmblema, vista anche la corrispondenza del disco con l’asse longitudinale dell’ambiente stesso. A nord-ovest del campo centrale il pavimento è realizzato con lastre di reimpiego di forma rettangolare (dimensioni massime 41 x 62 cm) disposte in senso nordovest-sudest, che determinano un altro campo di 1,40 x 3,15 m caratterizzato da una tessitura più regolare rispetto al resto del pavimento. Accanto all’utilizzo del pavonazzetto, del cipollino e del giallo antico, si nota anche la presenza di marmi bianchi, quali il lunense e il proconnesio, e di una lastra in granito troadense (figg. 2-3). A sud-est del campo centrale si trova infine il terzo campo, di 1,63 x 3,33 m, costituito da lastre quadrangolari, rettangolari e frammentarie allettate in modo disomogeneo16. Tuttavia è riconoscibile un motivo decorativo posto in asse con lo pseudo-emblema: esso è costituito da due piccole lastre quadrangolari incorniciate da sottili listelli in serpentino, bardiglio e granito verde della Sedia di San Lorenzo, che formano un quadrato di 33 x 30 cm. A 30 cm a nord-est di questo è presente una lastra rettangolare in porfido (44,4 x 20 cm) (figg. 2-3).

Fig. 5 – Un’immagine della pavimentazione nel giugno del 1932 (da D’AMELIO 2007, cit. a nota 29, fig. 3.95).
Dalla foto d’epoca scattata subito dopo lo scavo (fig. 5), notiamo che tale motivo è stato rimaneggiato: era infatti presente una seconda lastra in porfido, all’incirca delle stesse dimensioni, collocata in maniera simmetrica rispetto a quella ancora in posto, mentre tra i listelli del motivo quadrangolare centrale c’era un piccolo disco, forse porfiretico, per analogia con quello attualmente conservato.
(Paolo Vigliarolo)
Si tratta di una pavimentazione dalle limitate dimensioni (7,50 x 3,30 m) che non decorava tutta la superficie calpestabile del portico esterno. Infatti pur avendo inizio in corrispondenza dell’ingresso del portico ne ricopriva solo una piccola porzione. Sul lato nord-est correva a filo con la fronte dell’edificio mentre sul lato opposto si interrompeva prima dei pilastri interni lasciando in uso la precedente pavimentazione traianea in opus spicatum che venne tagliata per l’inserimento di quella marmorea. Le lastre di marmo risultano allettate direttamente sulla preparazione pavimentale dell’opus spicatum costituita da un uno spesso strato di cocciopesto (ca 15 cm). Non sono conservati né documentati elementi che possano far ipotizzare, su ciascuno dei quattro lati, la presenza di murature che la delimitassero. Sebbene il margine nord-ovest non sia conservato è comunque accertato che la pavimentazione marmorea non si estendeva in questa direzione oltre i 2,30 m in quanto a questa distanza riprende il pavimento in opus spicatum. L’inserimento di una pavimentazione marmorea all’interno di una precedente, che comunque continua ad essere utilizzata nel resto dell’edificio, evidenzia quindi la volontà da parte della committenza di dare risalto e importanza ad un suo settore ben circoscritto (fig. 1).
Non vi sono dati archeologici che comprovino l'esistenza di più fasi pavimentali, ma l’evidente disomogeneità tra i due settori decorativi lascerebbe presumere due interventi diversificati nel tempo in cui quello a sud-est potrebbe essere di epoca seriore (figg. 2-3). Infatti questo settore, posto in corri-
spondenza dell’ingresso, differisce dal resto del sectile in quanto è stato realizzato con frammenti di lastre irregolari in marmo di varie qualità messe in opera senza un orientamento preciso ma semplicemente facendo combaciare le diverse linee di frattura delle lastre, e inglobando presso lo spigolo meridionale un frammento di opus spicatum17. Il resto della pavimentazione, sulla base anche della ricostruzione dello stato di fatto prima dei restauri degli anni Trenta del secolo scorso (figg. 2, 5), mostra una maggiore cura nella sua tessitura senza che tuttavia si possa riconoscere un motivo decorativo organico, a parte le due rotae di diverso diametro inscritte in un quadrato. La presenza di questi due elementi decorativi, per i quali però non sono state utilizzate varietà di marmi in modo da determinare un contrasto cromatico (fig. 3), non permettono di identificarli come emblemata18, sebbene sia stata rilevata la corrispondenza dei due dischi con l’asse longitudinale dell’ambiente.
Il sectile pavimentale non sembra inseribile in nessuna delle categorie definite da Federico Guidobaldi19 e se non fosse per i due campi decorativi individuati lo potremmo definire una semplice pavimentazione marmorea a lastre irregolari. La definizione “precosmatesco”, con cui viene ricordato nella bibliografia più recente20, non sembra corretta in quanto la pavimentazione non presenta nessun elemento decorativo che precorra le redazioni cosmatesche. Le lastre di marmo impiegate meritano un piccolo commento in quanto come abbiamo già evidenziato si tratta di lastre di recupero che però forniscono in alcuni casi informazioni sul loro precedente riuso. Infatti per quanto concerne il settore sud-est sono presenti due frammenti di lastre in bardiglio e una di africano che sicuramente provengono dai portici del Foro di Augusto21. Si tratta quindi del reimpiego di materiale a seguito dell’espoliazione sistematica delle pavimentazioni del Foro di Augusto avvenuta dopo il 480-560 d.C.22. Per quanto riguarda il disco in granito verde della sedia di S. Lorenzo (Lapis Ophites) si tratta di una varietà di granito poco diffusa da cui si traggono generalmente piccole colonne o sostegni di trapezofori23. Nonostante lo studio dei sectilia pavimenta abbia subito una accelerazione notevole negli ultimi decenni purtroppo non è emerso nessun elemento che possa essere portato a confronto, è quindi impossibile fornire un qualsiasi riferimento cronologico su base stilistica, ammesso che una tale prassi possa considerarsi affidabile in questo specifico caso. Il richiamo al grande modulo, avanzato per la presenza del disco entro quadrato, anche se ad un primo esame sembri calzante24, non pensiamo sia pertinente, perchè nell’insieme non vi è una partizione regolare dello spazio e la decorazione ha il solo fine di mettere in risalto la rota principale, forse con funzione di segnacolo25. Infatti è evidente un’assialità nordovest-sudest sottolineata dalle due rotae e confermata dalla posizione dalla scala di accesso al complesso altomedievale26 che ovviamente era vincolato, a sua volta, all’orientamento del portico romano.
Nell’ambito di Roma, come già è stato messo a fuoco nella monografia dei Guidobaldi, sembra che le scelte decorative tra il V secolo e i primi decenni del VI secolo siano indirizzate da una parte verso l’opus sectile a modulo quadrato con motivi semplici, dall’altra alla redazione di mosaici marmorei a grandi tessere per giungere poi nel VI secolo all’abbinamento dei due tipi di redazione pavimentale in cui la pavimentazione in sectile si trova in posizione subordinata27. L’unica pavimentazione che presenta assonanze con quella oggetto di studio è quella della Casa del Garofano a Ostia (IV sec. d.C.) dove al centro di una sala si trova un emblema con disco porfiretico inserito in un tappeto di marmi di recupero che però non definiscono un disegno28. Appare quindi evidente che per poter proporre una datazione dell’opus sectile su basi oggettive l’unica possibilità concreta è quella di esaminarlo nell’ambito dell’edificio a cui apparteneva, tanto più che la pavimentazione finora è stata sempre esaminata decontestualizzata dalle strutture altomedievali; queste non sono state mai analizzate in dettaglio, né si è tenuto conto della loro disposizione planimetrica29. Sulla base della pianta redatta negli anni Trenta del secolo scorso, e pubblicata dall’Amici30, si evince che si trattava di un esteso ed articolato edificio di cui si può ricostruire, almeno in parte, la planimetria (fig. 1). Si può così constatare che, mentre la navata esterna era stata mantenuta libera e decorata con una nuova pavimentazione in marmi, quella interna era stata suddivisa in piccoli ambienti per mezzo di tramezzature in opera laterizia con sporadici ricorsi in tufelli poggianti direttamente sul pavimento romano. In particolare partendo da sud-est era stato in primo luogo tamponato l’accesso dal portico cesariano ed erano stati creati in successione due ambienti rettangolari, il primo provvisto di quattro aperture, il secondo con una sola apertura, a cui seguivano dei muri che suddividevano lo spazio restante. I muri che delimitavano questi spazi sul lato sud-ovest erano tra di loro allineati lasciando così un corridoio tra gli ambienti e il muro di fondo del portico romano. Probabilmente in questa fase lo spazio al piano superiore venne anch’esso tramezzato e sfruttato. Dello stesso complesso edilizio do-
vevano far parte anche alcuni piccoli ambienti rettangolari che si erano addossati sul lato posteriore del tempio di Venere Genitrice, di cui si conservano ancora parte delle murature31.
Dall’esame delle murature superstiti e di quelle documentate nelle foto del 1932 (fig. 6) si evince che queste erano realizzate tutte con la medesima tecnica edilizia attestando quindi da una parte la loro appartenenza ad una unica fase cronologica, dall’altra permettendo, attraverso l’analisi delle murature risparmiate dalle demolizioni, di circoscrivere l’ambito cronologico di costruzione dell’edificio. I muri sono spessi mediamente circa 40 cm e sono realizzati, per la parte conservata, in opera laterizia32.

Fig. 6 – Murature conservate all’interno della cd. Basilica Argentaria prima della demolizione nell’aprile del 1932 (da D’AMELIO 2007, cit. a nota 29, fig. 3.123).
I ricorsi di tufelli, ad un solo filare, sono conservati solo nel caso del muro di tamponatura tra il portico sud-ovest e la “Basilica Argentaria” e sono realizzati con scapoli di tufo di forma irregolare posti uno a 89 cm e un altro a 136 cm dallo spiccato del muro. Le caratteristiche costruttive di queste murature rimandano nell’ambito dell’VIII-IX secolo in quanto trovano confronto con murature dello xenodochio dei Valeri presso i Mercati di Traiano33, del portico del Foro della Pace34, del portichetto del Teatro di Marcello35. Non vi sono elementi archeologici per determinare quando l’edificio sia stato abbandonato ma i dati emersi dai recenti scavi del Foro di Cesare e alcune foto scattate nel 1932-33, recentemente pubblicate, possono contribuire a determinare l’epoca della sua obliterazione. Dalle riprese fotografiche (fig. 7) è evidente che una delle colonne della peristasi del tempio di Venere Genitrice crollò all’interno del portico, ed in particolare sopra la pavimentazione marmorea che risultava già coperta da un modesto interro36.

Fig. 7 – Crollo della peristasi del tempio di Venere Genitrice nel portico nell’aprile del 1932 (da D’AMELIO 2007, cit. a nota 29, fig. 3.134).
Le indagini archeologiche, eseguite nel settore sud-est del foro, hanno appurato che agli inizi del IX secolo la pavimentazione della piazza fu asportata e l’area venne utilizzata come fondo agricolo, inizialmente coltivato ad orto e, dopo un modesto innalzamento del terreno, vi furono impiantati una vigna ed un frutteto; destinazione d’uso che perdurò fino al X secolo quando vennero costruite anche delle case assai semplici allineate lungo le strade che attraversavano l’area (domus terrinae). È nell’XI che si assiste all’abbandono dell’area per il suo impaludamento e allo sfruttamento del territorio esclusivamente per finalità agricole fino all’urbanizzazione della fine del XVI secolo37. Tali indicatori farebbero pensare che l’obliterazione dell’edificio sia avvenuta probabilmente dopo l’XI secolo. Un altro elemento che rende plausibile questa datazione è la constatazione che l’edificio continuò a vivere per lo meno fino al IX-X secolo. Infatti presso l’angolo ovest della navata interna è attestato un restauro che comportò un modesto innalzamento della quota di calpestio dell’edificio mediante la messa in opera di una soglia e la costruzione di due pilastri in opera vittata38. Come si evince dai dati presentati, le manomissioni operate durante i lavori del 1932-33, la mancanza di strutture direttamente correlabili alla pavimentazione, la mancanza di confronti per il sectile pavimentale, rendono difficile stabilire con precisione e certezza alcuni aspetti, quali la funzione e la datazione dell’edificio a cui appartiene la pavimentazione oggetto del presente studio. Nonostante tutto riteniamo che sulla base delle osservazioni finora enunciate si possa concludere che si trattava di un ampio ed articolato complesso edilizio impiantatosi all’interno sia della cosiddetta Basilica Argentaria sia sul retro del Tempio di Venere Genitrice39. Il complesso presentava una parte ufficiale e di rappresentanza, quella del porticato esterno con il sectile pavimentale, ed una più utilitaria con piccoli ambienti, magazzini e ripostigli. Per quanto riguarda i limiti cronologici dell’edificio, oltre ad essere aiutati dalla tipologia delle murature, collocabili nell’ambito dell’VIII-IX secolo d.C., dobbiamo considerare come terminus post quem per la realizzazione della pavimentazione il periodo che va dal 480 al 560 d.C., epoca dell’espoliazione della pavimentazione del portico del Foro di Augusto40. La suddivisione architettonica e la tipologia dell’edificio ci permettono di avanzare un’ipotesi sulla sua funzione nell’arco cronologico appena delineato: quella di accoglienza e assistenza per i numerosi pellegrini ed i disagiati della città di Roma. La vicinanza della chiesa di S. Adriano poi, oltre a fornire il necessario legame con la Chiesa, ci induce ad identificare le strutture oggetto del nostro studio con quelle dell’omonima diaconia fondata da Adriano I (772-795), ipotesi che
speriamo di poter provare con il prosieguo delle ricerche41.
















